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14 marzo 2018: A. Duranti: Fare con gli altri: sei proprietà delle azioni collettive

Workplace Studies Research Group

Workplace Studies Research Group

 

Alessandro Duranti (Antropologo linguista - UCLA)

Fare con gli altri: sei proprietà delle azioni collettive

 

14 marzo 2018, ore 15.00 – 17.00.

Sala Enzo Paci, Direzione del Dipartimento di Filosofia, Via Festa del Perdono, 7.

 

Abstract:

A partire dagli anni Ottanta, alcuni filosofi analitici e scienziati cognitivi si sono cominciati a interessare alle azioni collettive e quindi alle condizioni che rendono possibile la cooperazione. Non a caso, la strategia adottata è stata quella di estendere il modello intenzionale tradizionale per le azioni individuali (v. Searle 1983) alle azioni di due o più persone. È così che sono stati introdotti concetti come ““we-intention” or “group-intention” (e.g., Tuomela 1984; Tuomela and Miller 1985, 1988), “collective intention” (Searle 1990), and “shared intention” (Bratman 1993). Anche se la definizione di intenzione collettiva o di gruppo varia da un autore all’altro, l’idea di fondo è la stessa per tutti: la cooperazione è contraddistinta da un’intenzione condivisa (shared intention) rivolta verso uno scopo comune (common goal). E dunque in questa prospettiva la cooperazione è soprattutto (se non esclusivamente) una questione mentale.

Per un riscontro empirico alla rilevanza delle intenzioni collettive, ho scelto di analizzare le video registrazioni di tre esempi di attività collettive che corrispondono a quelle menzionate dai suddetti autori: (a) lo spostamento di un pianoforte da un punto ad un altro in una classe dove verranno dei musicisti a suonare, (b) un brindisi ufficiale a Buckingham Palace (precedentemente analizzato in Duranti 2012 e Throop e Duranti 2015), e l’esecuzione di un brano musicale di Wayne Shorter (“Footprints”) da parte di un gruppo di giovani musicisti.

L’analisi di queste tre attività spontanee, registrate su video, solleva dei dubbi sull’utilità operazionale del modello mentale della collaborazione per almeno tre ragioni: (a) risulta difficile dire esattamente quale sia lo scopo dell’attività se non in un modo talmente vago o ambiguo da rimandare il problema del “condiviso” ad altri stati o atteggiamenti mentali non necessariamente predicibili dalla definizione dell’attività stessa; (b) durante la cosiddetta attività collettiva, i dettagli delle azioni degli individui coinvolti sembrano soggetti a continui aggiustamenti che non possono essere previsti nel modello mentale dell’azione collettiva; e (c) anche nelle attività più ritualizzate e pubbliche, la distribuzione dei compiti (chi fa cosa quando e come) non è facilmente programma predicibile. 

Sulla base di queste osservazioni, proporrò un modello delle attività collettive che invece di ipotizzare le cosiddette intenzioni condivise dei partecipanti, si concentra sulle proprietà interazionali necessarie per la riuscita del fare qualcosa insieme ad altri.

 

Orrganizzazioone a cura del prof. Gobo.

14 marzo 2018
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